Tra le cose che ci hanno spinto a intraprendere il cammino di Sorriso in viaggio c’è la riflessione sull’emergenza povertà, in particolare riguardo al nostro Paese.

Sembra assurdo, nel XXI secolo, in un mondo globalizzato e iperconnesso, utilizzare per l’Italia una parola anacronistica come “povertà”, al più la si riesce a immaginare in relazione a paesi che da sempre sono esclusi dal banchetto delle nazioni più potenti.

Eppure, stando ai dati dell’Istat relativi al 2020 (fonte https://www.istat.it/it/archivio/254440), emerge un quadro economico nazionale in cui la parola “povertà” si accompagna all’aggettivo “assoluta” per una fetta sempre più ampia di popolazione, soprattutto in conseguenza della grave crisi economica causata dalla pandemia e dall’emergenza sanitaria dell’ultimo anno.

Il concetto di povertà assoluta indica l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere un livello di vita minimo accettabile nell’ambiente di appartenenza e si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e per tipo di comune di residenza.

Esaminando i dati secondo queste caratteristiche, l’impatto del Covid sulle condizioni di vita di molte famiglie nei mesi trascorsi dal febbraio 2020 risulta devastante, con cifre che toccano i valori più elevati dal 2005, anno in cui per la prima volta fu rilevato questo indicatore.

I numeri non sono ancora definitivi, ma le stime preliminari mostrano valori in aumento sullo stato di povertà assoluta sia in termini di famiglie (oltre 2 milioni, pari al 7,7% delle famiglie) che di singoli individui (circa 5,6 milioni, vale a dire il 9,4% della popolazione). Se si pensa che, sempre stando all’Istat, prima del 2008 l’incidenza della povertà assoluta familiare era inferiore al 4% e quella individuale intorno al 3%, i numeri attuali mettono davvero a disagio.

Ci muoviamo in uno scenario delicato, in cui parte della popolazione rischia, tra le altre cose, di essere estromessa dalle cure e dai percorsi di prevenzione, nonostante le misure strutturali e quelle straordinarie adottate dal governo per contrastare la crisi scatenata dalla pandemia.

Uno dei dati più preoccupanti riguarda l’incidenza della povertà tra i minori, la più alta dal 2005: in termini numerici sono 1,137 milioni gli individui di età inferiore ai 18 anni in stato di povertà.

Se poi allarghiamo lo sguardo al resto del mondo, l’emergenza risulta ancora più grave.

Secondo il professor Philip Alston, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani (incarico che da lui ricoperto tra il 2014 e il 2020) nel rapporto presentato al Consiglio per i diritti umani Onu la scorsa estate, le cifre ufficiali sono spaventose e nonostante ciò ancora poco rappresentative della realtà, poiché l’indicatore adottato per misurare la povertà (l’International poverty line della Banca Mondiale) non esprime correttamente la complessità del fenomeno, oltre a escludere milioni di persone che appartengono alle fasce più marginali della popolazione e più duramente colpite dalla povertà (donne, rifugiati, comunità nomadi e pastorali, migranti, minori).

La nostra riflessione ci ha portato a rafforzare la convinzione che in un simile scenario diventi sempre più importante il concetto di solidarietà: solo insieme, rifiutando di subire passivamente la crisi sociale aggravata dalla pandemia e mettendo in campo sforzi congiunti (non necessariamente e non soltanto di tipo economico), potremo vincere la guerra contro la povertà.

Monica Serra

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